mercoledì 11 febbraio 2009

L'epidurale

Elimina il dolore del parto e lascia al tempo stesso la mamma attiva e cosciente. Ma in Italia quest’anestesia non è ancora molto diffusa.
Le cause? Una scarsa informazione e problemi organizzativi. Non tutte le future mamme se la sentono di affrontare i dolori del parto.
Per aiutarle, lo strumento migliore è l'anestesia peridurale (o epidurale). Una tecnica sicura ed efficace che permette di non sentire male, ma al tempo stesso di avvertire le contrazioni e i tempi delle spinte. Ma non tutte le strutture sanitarie la praticano anche se la paziente la richiede.
L'epidurale consiste nell'iniezione di farmaci anestetici nella parte bassa della schiena, tra l'osso vertebrale e la membrana che ricopre il midollo spinale, la cosidetta "dura madre". Si tratta di anestetici locali molto simili a quelli che usa il dentista, che non passano nel sangue e non hanno alcun effetto sul bambino. Non sono quindi pericolosi né per la mamma né per il bebè e permettono, in ultima analisi, un parto con minore stress.
La tecnica esiste da oltre un secolo (risale al 1885) e tra le prime donne a sperimentarla vi fu la regina Vittoria della Gran Bretagna. Ma se è molto praticata in altri Paesi (vi si sottopongono il 70% delle donne che partoriscono nel Regno Unito, il 60% in Spagna, il 35% in Francia, il 30% in Germania) in Italia interessa solo il 10% delle partorienti che abbassano notevolmente (al 20%) la media europea.
Partendo a livello della regione lombare e utilizzando un ago apposito, si raggiunge uno spazio, lo spazio epidurale appunto che è formato dal tessuto grasso che riveste le fibre nervose che trasmettono il dolore del travaglio in una zona dove ormai è terminato il midollo spinale.
In questo spazio viene posizionato un piccolo tubo di materiale plastico (detto "cateterino") che si fissa successivamente alla schiena, consentendo qualsiasi movimento alla partoriente e che verrà rimosso a parto avvenuto. Attraverso il "cateterino" vengono iniettati, quando è necessario e anche per più volte, tutti i farmaci che servono ad ottenere l'analgesia nelle varie fasi del travaglio, senza necessità di ulteriori punture.
Questa tecnica non è dolorosa perché viene preceduta da un'anestesia locale e può essere eseguita in pochi minuti.
L'analgesia epidurale consente un controllo efficace nel dolore nel travaglio e nel parto, lasciando inalterate tutte le altre sensibilità e anche la capacità di muoversi e camminare!
Dopo aver somministrato i farmaci nel tubicino fissato alla schiena, le contrazioni uterine continueranno ad essere percepite lasciando la sensazione di "qualcosa che si muove nella pancia" ma cesseranno di essere dolorose. Talvolta alcune donne possono avvertire una lieve alterazione della sensibilità che può manifestarsi con formicolio e sensazione di calore alle gambe e all'addome.
Poiché l'analgesia epidurale non deve interferire con la normale dinamica del travaglio, può essere eseguita, in accordo con l’equipe ostetrico-ginecologica. a condizione che il travaglio sia iniziato e soltanto dopo la visita del ginecologo.
Potenzialmente ogni donna può richiedere l’analgesia epidurale; la visita dell'anestesista permetterà di chiarire se ci sono eventuali problemi che ne sconsigliano l’esecuzione.
In alcune condizioni l’epidurale in travaglio è particolarmente indicata, come nel diabete, nell'ipertensione arteriosa, nella gestosi, nella grave miopia, nel pregresso distacco di retina, in alcune malattie cardiovascolari.

giovedì 15 gennaio 2009

I denti

L’epoca di eruzione dei denti inizia verso il 6° mese, ma esiste un’ampia variabilità da caso a caso: alcuni hanno 1-2 dentini già alla nascita, altri iniziano dopo l’anno. Già a partire dal 3° mese aumenta la salivazione (il bambino “sbava”) ma non c’è alcun rapporto con l’inizio della dentizione.
Normalmente erompono per primi i 2 incisivi centrali inferiori, poi i 4 incisivi superiori, poi gli altri 2 incisivi inferiori, poi i primi molari, i canini ed infine i secondi molari.
Ma questa non è una regola valida per tutti.
In coincidenza con l’eruzione dei denti possono comparire alcuni problemi.
I dentini vanno curati anche se sono quelli da latte da un bravo dentista esperto in problemi pediatrici.
La comparsa dei dentini è un evento normale dello sviluppo ma a volte può essere particolarmente fastidiosa, perché si accompagna a febbre, diarrea o bronchite. Queste manifestazioni non devono destare preoccupazione, anche se è sempre bene parlarne con il Pediatra per un’ulteriore rassicurazione: spesso non sono legate direttamente alla dentizione, piuttosto a una maggiore sensibilità a cui il bambino è esposto in questa fase delicata del suo sviluppo.
Il fastidio della dentizione nel neonato può essere di intensità variabile ed è legato ai sintomi più diffusi:
  • salivazione abbondante;
  • desiderio di mordere;
  • rigonfiamento delle gengive;
  • irrequietezza notturna.

Per le gengive può essere di sollievo mordicchiare qualcosa che, contemporaneamente, massaggi le gengive. Per esempio, i pupazzetti di gomma con liquido refrigerante che, per azione del freddo, hanno anche un effetto anestetizzante. Il massaggio sulle gengive del bambino può essere eseguito direttamente dai genitori, che, dopo essersi lavati accuratamente le dita, potranno spalmare delicatamente sulle gengive del piccolo del balsamo calmante.Bisogna invece evitare di somministrare medicinali come analgesici o paracetamolo, e in ogni caso è bene consultare il Pediatra.
Spesso accade che durante la dentizione, il bambino faccia fatica a mangiare: per invogliarlo, si possono preparare delle pappe con cibi morbidi, freschi o freddi.

martedì 9 dicembre 2008

Cellule staminali e cordone ombelicale

Le cellule staminali sono cellule "immature" in grado di riprodursi velocemente dando origine ad altre cellule staminali o a vari tipi diversi di cellule specializzate, a seconda delle necessità dell'organismo. Per questo motivo vengono spesso definite "cellule riparatrici del corpo".
Il sangue del cordone ombelicale contiene una grande quantità di cellule staminali "emopoietiche": le cellule staminali capostipiti di tutte le cellule mature del sangue (i globuli rossi, le piastrine, i globuli bianchi, ecc.). Queste cellule staminali vengono da tempo utilizzate a scopo terapeutico per la cura di diverse malattie del sangue, come le leucemie e i linfomi, e la ricerca scientifica degli ultimi anni sta offrendo prospettive di utilizzo sempre più interessanti che spaziano dalla terapia genica e tissutale al trattamento di patologie ereditarie quali diabete, ictus e malattie cardiache.
Le principali "fonti" di cellule staminali emopoietiche sono il midollo osseo e il sangue del cordone ombelicale.
Il prelievo dal midollo osseo comporta delle complicazioni e degli ostacoli legati per lo più all'intervento e alla compatibilità donatore/ricevente, talvolta anche molto difficili da superare; il prelievo del sangue del cordone è invece una pratica molto semplice, che viene effettuata a parto avvenuto e che non comporta nessun rischio né per la mamma né per il bambino.
Purtroppo però, nella maggior parte dei casi il cordone ombelicale viene gettato via al momento del parto, e con esso tutte le preziose cellule staminali che contiene.
Grazie alle moderne metodologie di crio-conservazione, è possibile conservare il sangue del cordone ombelicale, anche per molti anni, in speciali strutture definite "crio-banche".
In Italia sono state istituite una decina di banche pubbliche destinate alla raccolta del sangue del cordone ombelicale che viene donato dai genitori ad uso della comunità – si parla in questo caso di "donazione eterologa"-, ma la legge italiana al momento non consente l'istituzione di strutture private dedicate a questo scopo.
Ai genitori è però consentito di affidare privatamente il sangue del cordone ombelicale del proprio bambino e di conservarlo ad uso suo e della sua famiglia, rivolgendosi a strutture estere autorizzate.
In questo caso si parla di "donazione autologa": i genitori prendono contatto con la struttura che, oltre a fornire il servizio, li seguirà nelle procedure burocratiche previste dalla legge, e chiedono alla direzione sanitaria dell'ospedale italiano in cui intendono partorire (pubblico o privato) la relativa autorizzazione.
Se la madre decide di conservare le cellule per uso autologo (per il bambino o per i consanguinei), la sacca è inviata all'estero.
La sacca deve arrivare alla banca entro 36-48 ore dal prelievo e deve essere trasportata ad una temperatura stabile.
Una volta raggiunta la banca, il campione è sottoposto a controlli anti-virali e anti-batteriologici e poi viene crioconservato in speciali contenitori a -190°C in azoto liquido.
Sono molti i vantaggi della conservazione delle staminali del midollo: la possibilità di avere a disposizione, in futuro, delle cellule staminali perfettamente compatibili in quanto prelevate dallo stesso donatore su cui saranno utilizzate e quindi si evitano i problemi di rigetto.
Inoltre hanno il 25% di probabilità di essere compatibili con consanguinei.
Le staminali del cordone sono simili a quelle del midollo osseo, producono globuli bianchi, rossi e piastrine e sono utili per autotrapianti in caso di malattie oncologiche del sangue, come linfomi e leucemie. Inoltre sono utili per ricostruire tessuti e organi (retina, pelle, ecc.) e ultimamente si utilizzano anche per la cura di alcune patologie cardiologiche e, per il futuro, la speranza è che possano curare malattie come l'Alzheimer, il Parkinson e il diabete giovanile'.

lunedì 24 novembre 2008

Il congedo per maternità

Per "congedo di maternità" si intende l'astensione obbligatoria dal lavoro della lavoratrice
la madre lavoratrice dipendente ha diritto ad astenersi dal lavoro 2 mesi prima la data presunta del parto e 3 mesi dopo il parto.
flessibilità del congedo.
La lavoratrice può scegliere di posticipare l'inizio del congedo di maternità astenendosi dal lavoro 1 mese prima della data presunta del parto e 4 mesi dopo il parto.
Infatti dal marzo del 2000 è possibile scegliere tra 2 opzioni:
  • Scelta 1
    2 mesi prima del parto
    3 mesi dopo il parto
  • Scelta 2 (flessibile)
    1 mese prima del parto
    4 mesi dopo il parto, con la possibilità, quindi, di lavorare fino all'ottavo mese di gravidanza e prolungare, per il tempo restante, l'astensione post partum (1 mese ante e 4 post).
A chi spetta:
  • Alle lavoratrici dipendenti (anche alle lavoratrici agricole, alle lavoratrici a domicilio, alle colf e alle badanti);
  • Alle lavoratrici iscritte alla Gestione separata, che non siano titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali e che versino, dal 1° gennaio 2008, l'aliquota del 24,72%;
  • Alle lavoratrici autonome (coltivatrici dirette, mezzadre e colone, imprenditrici agricole a titolo principale, artigiane e commercianti).
  • Al padre, lavoratore, in alternativa alla madre lavoratrice in casi particolari (decesso o grave malattia della madre, abbandono ecc.).
La prestazione economica è pagata dall’Inps (per le lavoratrici dipendenti è anticipata dal datore di lavoro) e è pari all’80% della retribuzione media giornaliera o del reddito in caso di lavoro autonomo. I contratti collettivi nazionali di lavoro, in genere, garantiscono l’intera retribuzione, impegnando il datore di lavoro a pagare la differenza. L’indennità viene corrisposta alle lavoratrici per il periodo di congedo per maternità o anche per interruzione di gravidanza dopo il 180° giorno dall’inizio della gestazione.
La lavoratrice, prima dell'inizio del congedo di maternità, e in ogni caso entro il 7° mese di gestazione, deve presentare al datore di lavoro e all'Inps, apposita domanda corredata dal certificato medico attestante il mese di gestazione e la data presunta del parto.

venerdì 14 novembre 2008

Togliere il ciuccio

Il ciuccio rappresenta un valido aiuto psicologico perché, richiamando la forma del capezzolo materno, permette al piccolo, quando la mamma è assente, di calmarsi e autoconsolarsi, diventando quello che gli psicologi chiamano "oggetto transizionale", cioè un oggetto su cui il bambino concentra il suo interesse in sostituzione della figura materna. Il succhiotto ha perciò molti elementi positivi.
Premesso che molti pediatri dicono che non bisognerebbe farlo tenere oltre i 2 anni e cioè quando i bambini acquistano maggiore fiducia in sé stessi e che potrebbe comunque provocare a lungo andare danni alla loro dentizione, come si fa a toglierlo senza provocare drammi e tragedie?
Ecco alcuni consigli:
  • la parola d’ordine prima di tutto è la gradualità: bisogna infatti mettersi in testa che ci vuole un lasso di tempo abbastanza lungo per farlo, 1 mesetto circa.
  • Bisogna approfittare di quei momenti tranquilli in cui il bimbo non ha particolari stress emotivi: quindi evitare la concomitanza di inserimenti al nido o alla scuola materna.
  • Non bisogna farglielo portare fuori casa, ma fargli capire che lo si deve utilizzare solo in determinate situazioni, tipo quando si va a fare la nanna. A questo proposito lo si potrebbe mettere vicino al suo lettino o all’interno di esso e non spostarlo più.
  • E la notte? Bisogna armarsi di santa pazienza e farlo veramente grado per grado, magari facendo dei taglietti sul ciuccio stesso in modo da non rendere gradevole il ciucciarlo e dicendo, a questo punto, che il ciuccio si è rotto e che è venuto il momento di gettarlo via.
  • Evitare comunque rimproveri e punizioni, ma anzi premiare i passi avanti che si fanno nel non usarlo più.

Lo svezzamento

Lo svezzamento è il periodo in cui il bambino smette di prendere il latte e comincia ad assumere cibi solidi. E'anche il momento in cui inizia la delicata fase di distacco psicologico dalla figura materna, e i primi, importantissimi, passi verso l'autonomia.
"Bere" e "mangiare" assumono una valenza molto significativa nel processo di sviluppo emotivo del bambino. Il passaggio dal latte materno ai cibi solidi è un'avventura piacevole e al tempo stesso faticosa: può svolgersi senza problemi o subire qualche intoppo.
I tempi in cui dovrai iniziare lo svezzamento del tuo piccolo li stabilirà il pediatra , ti informiamo solo che per disposizione del Ministero della Sanità e dell'Unione Europea, lo svezzamento è raccomandato a partire dal sesto mese compiuto in poi e mai prima.
Questo è un momento molto importante sia per te che per il bambino. Quello che ti consigliamo è quindi la gradualità, la pazienza e l'ottimismo.
Solitamente i pediatri consigliano di iniziare a merenda con qualche assaggio di frutta grattugiata od omogeneizzata, tipo mela e pera per abituarlo ad una consistenza diversa da quella del latte. Generalmente poi i bimbi gradiscono la frutta anche per il gusto dolce.
Sei tu che devi guidare il tuo piccolo di fase in fase verso la sua alimentazione da adulto cercando di variare i gusti e i sapori e di fargli provare sempre nuovi alimenti, l'importante è che le preparazioni siano semplici e effettuate con metodi naturali, utilizzando pochi grassi.
Cerca di scoprire subito se il tuo bambino soffre di particolari allergie o intolleranze a certi cibi: eviterai molti problemi e complicazioni.
Le regole generali per un corretto svezzamento sono:
  • per iniziare lo svezzamento il bambino deve stare bene;
  • seguire le indicazioni del medico e non introdurre nuovi alimenti senza il suo parere;
  • se rifiuta un alimento è meglio non insistere ma riprovare nei giorni successivi;
  • introdurre un alimento per volta (aspettare qualche giorno prima di inserirne uno nuovo).
  • Questo permetterà di individuare facilmente eventuali allergie;
  • iniziare con piccole quantità da aumentare lentamente;
  • non aggiungere sale nell’intento di rendere più appetibile il cibo;
  • usare solo gli alimenti consigliati dal medico per educare il bambino a gusti diversi sfruttando i principi nutritivi propri dei vari cibi.

Al fine di prevenire la comparsa di allergie alimentari, soprattutto nei figli di genitori che soffrono di problemi allergici, è opportuno evitare una introduzione precoce (prima dei 7-8 mesi) nella dieta di alcuni alimenti, quali latte vaccino, uovo, pesce, pomodoro.
Alcuni consigli pratici:

  • il brodo di carne non offre vantaggi rispetto al brodo di verdure in quanto le proteine della carne sono contenute nel muscolo e non nel brodo di cottura (dove si ritrovano grassi e sali minerali);
  • i legumi (lenticchie, fagioli, ceci, piselli) costituiscono un ottimo alimento, ricchi di proteine di origine vegetale di elevata capacità nutrizionale;
  • le verdure vanno inizialmente passate, ma dopo 1-2 mesi dall’inizio dello svezzamento, frullate a pezzettini di circa 1 mm, per mantenere un buon apporto di fibre, indispensabili al buon funzionamento dell’intestino. Il frullato va poi fatto depositare per circa 10 minuti per eliminare l’aria prodotta con il frullatore.

mercoledì 12 novembre 2008

Le vaccinazioni

Le vaccinazioni costituiscono uno dei più efficaci interventi di prevenzione nei confronti di alcune malattie infettive.
Qual è il rischio effettivo che un bambino possa contrarre una malattia infettiva? E ci sono malattie che sono più a rischio di altre? Nessuno è protetto da una corazza che lo protegge "naturalmente" dalle malattie infettive, quindi anche un bambino sano che non ha mai avuto malattie infettive non è automaticamente "immune".
Grazie alle vaccinazioni è stato debellato in tutto il mondo il vaiolo e tra breve anche la poliomielite sarà solo un brutto ricordo.
La scelta dell’Italia di rendere obbligatorie alcune vaccinazioni è stata determinata dalla volontà di garantire a tutti i bambini uno strumento efficace per migliorare il proprio stato di salute.
Lo scopo dei vaccini, anche se diversi per tipo, composizione e modalità di somministrazione, è sempre lo stesso: stimolare la produzione da parte dell’organismo di sostanze chiamate anticorpi che proteggono in maniera specifica dagli organismi microscopici (batteri e virus), o dai loro prodotti (tossine), che causano le malattie di origine infettiva.
Il ciclo delle vaccinazioni inizia di norma nel terzo mese di vita (due mesi compiuti) poichè questo è il periodo in cui il bambino comincia a produrre i propri anticorpi e, seguendo regolarmente il calendario vaccinale, avrà il tempo di ottenere una valida protezione immunitaria che durerà tutta la vita.
Tra i vaccini "per tutti i bambini" ci sono quindi vaccinazioni che per legge sono obbligatorie (poliomielite, difterite, tetano, epatite B) e altre che sono raccomandate (pertosse, Haemophilus influenzae di tipo b, morbillo, parotite epidemica, rosolia), ma, come già accennato, hanno pari dignità e importanza di quelle che per legge sono obbligatorie.
  • 3 mese di vita (Difterite, Tetano, Pertosse, Polio, Epatite B, Haemophilus influenzae tipo B)
  • 5 mese di vita (Difterite, Tetano, Pertosse, Polio, Epatite B, Haemophilus influenzae tipo B)
  • 11 mese di vita (Difterite, Tetano, Pertosse, Polio, Epatite B, Haemophilus influenzae tipo B)
  • 13 mese di vita (Morbillo - Rosolia - Parotite)
  • 6 anni (Difterite - Tetano - Pertosse, Polio, Morbillo - Rosolia - Parotite)
  • 16 anni ( Difterite - Tetano)

Vi sono alcune situazioni che possono controindicare la vaccinazione; è necessario quindi che i genitori, prima della vaccinazione, consultino il medico curante che valuterà lo stato di salute del bambino ed indicherà se la vaccinazione deve essere rimandata o evitata.Poco dopo la nascita i genitori vengono informati dalla propria ASL sulla necessità di sottoporre il bambino alle vaccinazioni.
Presso i Centri vaccinali e i Consultori pediatrici vengono effettuate gratuitamente la maggior parte delle vaccinazioni.