martedì 10 marzo 2009

La nausea in gravidanza

Uno dei primi sintomi della gravidanza è la nausea, fortunatamente non tutte le donne ne soffrono e spesso questo disturbo scompare nei primi tre mesi di gestazione per poi riapparire, raramente, negli ultimi tre mesi della attesa.
Ma chi soffre di nausea cerca qualsiasi rimedio per farla passare, purtroppo non ne esistono e nemmeno si conoscono le cause precise che generano la nausea ad una donna incinta. Ci sono però tanti tentativi di rimedio, magari provando uno di questi la nausea passa veramente e la gravidanza va avanti senza questo "fastidio".
  • Mangiare poco e spesso
  • Fai uno spuntino ogni 2-3 ore, non fare pasti pesanti, mangia cibi secchi come biscotti, crackers, fette biscottate, grissini. Evita tutti gli alimenti che ti provocano la nausea, che hanno odori particolari o fastidiosi.
  • Zenzero contro la nausea. Uno studio condotto da un'èquipe di ginecologi dell'Ospedale maggiore di Bangkok in Thailandia ha stabilito che lo zenzero può essere un valido alleato per combattere la nausea che assale le donne in gravidanza. 40 donne incinta a cui è stato somministrato un pizzico di zenzero al giorno hanno avuto molto meno disturbi di nausea e vomito rispetto ad altre 40 donne gravide alle quali è stato dato un placebo.
  • Aumentare l’apporto di zinco che si trova in banane, cereali integrali, pesce, legumi e latticini
  • Abolire i cibi speziati, grassi, fritti o conservati in scatola che possono rallentare la digestione
  • Evitare di bere appena alzate, ma tenere sul comodino cibi secchi e salati come crackers o pane tostato, da sgranocchiare per tamponare la nausea del risveglio, più forte perché lo stomaco è vuoto
  • Durante la giornata dissetarsi con bevande acidule, per esempio una limonata rinfrescante.
  • Se la nausea non passa, tenere in bocca una gomma da masticare, oppure fiocchi d’avena o anche una nocciolina salata
  • Evitare i cibi e gli odori sgraditi, che possono favorire la nausea
  • Arieggiare spesso gli ambienti chiusi per evitare il ristagno di odori.

venerdì 6 marzo 2009

Allattamento al seno

Scegliere di allattare vuol dire offrire al bambino il miglior latte possibile, perché:
è completo e soddisfa al meglio i suoi bisogni nutrizionali, senza bisogno di aggiuntelo protegge meglio dalle infezioni (intestinali, soprattutto) e dalle allergie è sempre pronto, a costo zero, alla temperatura ideale aiuta mamma e bimbo a creare un profondo legame affettivo Sono veramente eccezionali le situazioni in cui è necessario sospendere, del tutto o temporaneamente, l'allattamento, e sarà il medico a individuarle
Attaccare il bambino al seno precocemente ha degli innegabili vantaggi: il bambino è molto reattivo nelle prime due ore dopo il parto e può sfruttare al massimo il riflesso di suzione che gli è innato; ma se questo non fosse possibile perché il bambino non vuole succhiare o perché la struttura non prevede di lasciare il bambino con la madre è sempre possibile recuperare.

ATTACCAMENTO CORRETTO AL SENO
Si può allattare in molte posizioni, per iniziare le più comode sono da sdraiate sul fianco e da seduta.
In entrambe il bambino dovrebbe trovarsi sdraiato sul fianco con la pancia contro il corpo della madre (anche la madre dovrebbe trovare una posizione comoda e rilassata). Il capezzolo dovrebbe trovarsi all’altezza del naso del bambino in modo che quando quest’ultimo spalancherà la bocca prenderà il capezzolo dal basso verso l’alto.
Il bambino si attacca al seno e non al capezzolo per cui non ha molta importanza la forma del vostro capezzolo, l’importante è che non venga preso in punta. L’ideale sarebbe di stimolare la bocca del bambino con il capezzolo per poi avvicinarlo al seno quando aprirà la bocca (come per fare uno sbadiglio) e permettergli di prendere in bocca una buona parte dell’areola.

In pratica, quando allattate:
1. Lavatevi le mani
2. Con acqua bollita e garza sterile, pulite il seno, muovendo dal capezzolo verso l'areola (la zona scura intorno al capezzolo)
3. Mettetevi comode, sostenendo ad esempio il bambino con qualche cuscino e le gambe con uno sgabello; potete scegliere qualsiasi posizione, ma badate a che il bambino riesca a respirare bene e ad attaccarsi afferrando contemporaneamente capezzolo ed areola; cambiatela spesso, in modo da favorire lo svuotamento di tutti i dotti mammari
Da sedute: tenete il bambino in braccio, girato verso la mamma, con la testa nella piega del gomito, in modo che non sia costretto a girare la testa per arrivare al senoDa distese: mettetevi sul fianco, col bambino, pure sul fianco, rivolto verso di voi, col capo all'altezza del senoNella "posizione rugby": questa posizione, particolarmente utile in caso di ingorgo mammario, è così chiamata perché il corpo del bambino viene tenuto sotto l'ascella della madre con un braccio, mentre il capo è sostenuto con l'altra mano, proprio come un pallone da rugby
4. Cominciate la poppata una volta con un seno, una volta con l'altro (a meno che vi sia ingorgo mammario, nel qual caso è meglio svuotare prima il seno gonfio e dolente: v. anche il capitolo relativo all'ingorgo mammario)
5. Dolcemente, avvicinate la guancia del bambino al seno, in modo che per istinto egli cercherà il capezzolo
6. Stringete tra pollice ed indice areola e capezzolo: il bambino si attaccherà così facilmente, afferrandoli contemporaneamente
7. Contemporaneamente, con le altre dita, sostenete il seno da sotto, lasciando libera l'areola: in questo modo eviterete che il peso della mammella faccia sfuggire di bocca capezzolo ed areola.
8. Lasciate attaccato il bambino al primo seno per una quindicina di minuti, poi, quando vedete che succhia di meno e prima che si stanchi e si addormenti, staccatelo. Importante, per prevenire le ragadi: nello staccarlo, non allontanatelo lasciando che rimanga appeso al capezzolo, ma infilate un dito nell'angolo della bocca del bimbo e spingete poi il seno verso il basso
9. Dopo un breve riposo di qualche minuto, offrite l'altro seno. Ricordate che la poppata dovrebbe durare in tutto circa 20-30 minuti, per evitare il rischio di irritare il capezzolo e che il bambino succhi a vuoto e ingurgiti aria.
10. Terminata la poppata, aiutate il bambino a "fare il ruttino" tenendolo in posizione verticale col capo appoggiato sulla spalla
11. Dopo la poppata lavate il seno con acqua tiepida e senza sapone, asciugatelo bene (anche col phon, eventualmente), poi copritelo con coppette assorbenti (non quelle con la protezione impermeabile!), che cambierete spesso se umide. Indossate vestiti leggeri e comodi. Lasciate spesso il seno liberamente all'aria, ma non direttamente al sole

SEGNI DI ATTACCAMENTO CORRETTO
Il naso e il mento del bambino toccano il seno.
La mascella si muove nella suzione fino all’orecchio.
Il ritmo della suzione all’inizio è veloce per poi rallentare e fermarsi a tratti per deglutire.
Solo in caso di seno particolarmente abbondante è necessario allontanare lo stesso dal naso dal bambino, in tal caso potete farlo esercitando una leggera pressione sulla parte superiore del seno.

QUANTITA’ DELLE POPPATE
Negli ospedali purtroppo vige spesso la regola di portare i bambini alle madri “ad orario”, in realtà , la maggior parte dei neonati succhierebbe dal seno più volte di quelle previste dagli orari imposti: in genere un neonato dovrebbe poppare dalle 8 alle 12 volte nelle 24 ore, ma finchè cresce bene ogni bambino può trovare il suo ritmo da solo.

DURATA DELLE POPPATE
Ci sono bambini che amano poppare a lungo e quelli che in 5 minuti hanno finito, quelli che ciucciano a brevi intervalli (anche ogni ora) e quelli che lo fanno ogni 3-4 ore, e poi ci sono i tipi “misti”. L’ideale sarebbe di lasciare al bambino la possibilità di succhiare secondo le sue esigenze, anche perché questo permette alla madre di essere sicura che il bambino prenda la quantità di latte di cui ha bisogno.

martedì 3 marzo 2009

Indennità di maternità

Per ottenere l'indennità di maternità le lavoratrici dipendenti devono avere un rapporto di lavoro in essere con diritto a retribuzione.
Per le altre categorie:
  • le lavoratrici domestiche devono aver versato almeno un anno di contributi nei due anni precedenti il periodo di assenza obbligatoria o almeno sei mesi di contributi nell'anno precedente;
  • le lavoratrici agricole devono aver effettuato minimo 51 giornate di lavoro nell'anno precedente il periodo di assenza obbligatoria;
  • le lavoratrici autonome devono risultare iscritte negli elenchi degli artigiani o dei commercianti, o dei coltivatori diretti, mezzadri e coloni, prima del periodo indennizzabile per maternità e aver pagato i contributi relativi;
  • le lavoratrici parasubordinate devono avere un minimo di tre contributi mensili nei 12 mesi precedenti i 2 mesi anteriori al parto.

In particolare l'indennità di maternità per astensione obbligatoria spetta per un periodo massimo di cinque mesi; per astensione facoltativa, per un periodo non superiore a 11 mesi complessivi tra i due genitori, da fruire nei primi otto anni di vita del bambino.

mercoledì 18 febbraio 2009

Test ovulazione

Quando una donna decide che è il momento giusto per provare ad avere un bambino è molto utile che riesca a individuare i giorni fertili per avere maggiori probabilità di rimanere incinta in breve tempo. Per sapere quali sono i giorni “giusti” in relazione al proprio ciclo è importante prima di tutto conoscere bene i ritmi del proprio corpo: esso manda infatti dei “segnali” che possiamo cogliere con una certa facilità.
Ma come funzionano i meccanismi della fertilità?
Durante il ciclo mensile entrano in funzione alcuni ormoni responsabili di una serie di modificazioni dell’apparato riproduttivo femminile; la presenza di questi ormoni determina l’alternanza tra giorni fertili, in cui è possibile restare incinte, e periodi in cui al contrario la fecondazione non può avvenire. Il periodo fertile coincide con l’ovulazione che avviene in genere verso la metà del ciclo: i giorni in cui il grado di fertilità risulta molto alto sono i 2/3 che precedono l’ovulazione per cui in una donna con un ciclo mensile regolare di 28 giorni il periodo più fecondo è quello che va all’incirca dal 10° al 17° giorno.
I test di ovulazione, affidabili fino al 99%, consentono di individuare nella donna i due giorni più fertili del ciclo e quindi il momento in cui le probabilità di rimanere incinta risultano maggiori.
test segnalano il picco dell’LH, un ormone sempre presente nell’urina, che subisce un innalzamento del livello 24/36 ore prima che si verifichi l’ovulazione.
Nella confezione del test si trovano degli stick sigillati monouso: se ne apre uno, si toglie il cappuccio protettivo, si pone sotto il flusso di urina per qualche secondo (o se si preferisce si raccoglie l’urina in un contenitore asciutto e si immerge lo stick per circa venti secondi), si ripone il cappuccio e si legge il responso tra i tre e i dieci minuti successivi.
Risultati letti oltre 10 minuti dopo il contatto con l’urina non risultano più significativi.

mercoledì 11 febbraio 2009

L'epidurale

Elimina il dolore del parto e lascia al tempo stesso la mamma attiva e cosciente. Ma in Italia quest’anestesia non è ancora molto diffusa.
Le cause? Una scarsa informazione e problemi organizzativi. Non tutte le future mamme se la sentono di affrontare i dolori del parto.
Per aiutarle, lo strumento migliore è l'anestesia peridurale (o epidurale). Una tecnica sicura ed efficace che permette di non sentire male, ma al tempo stesso di avvertire le contrazioni e i tempi delle spinte. Ma non tutte le strutture sanitarie la praticano anche se la paziente la richiede.
L'epidurale consiste nell'iniezione di farmaci anestetici nella parte bassa della schiena, tra l'osso vertebrale e la membrana che ricopre il midollo spinale, la cosidetta "dura madre". Si tratta di anestetici locali molto simili a quelli che usa il dentista, che non passano nel sangue e non hanno alcun effetto sul bambino. Non sono quindi pericolosi né per la mamma né per il bebè e permettono, in ultima analisi, un parto con minore stress.
La tecnica esiste da oltre un secolo (risale al 1885) e tra le prime donne a sperimentarla vi fu la regina Vittoria della Gran Bretagna. Ma se è molto praticata in altri Paesi (vi si sottopongono il 70% delle donne che partoriscono nel Regno Unito, il 60% in Spagna, il 35% in Francia, il 30% in Germania) in Italia interessa solo il 10% delle partorienti che abbassano notevolmente (al 20%) la media europea.
Partendo a livello della regione lombare e utilizzando un ago apposito, si raggiunge uno spazio, lo spazio epidurale appunto che è formato dal tessuto grasso che riveste le fibre nervose che trasmettono il dolore del travaglio in una zona dove ormai è terminato il midollo spinale.
In questo spazio viene posizionato un piccolo tubo di materiale plastico (detto "cateterino") che si fissa successivamente alla schiena, consentendo qualsiasi movimento alla partoriente e che verrà rimosso a parto avvenuto. Attraverso il "cateterino" vengono iniettati, quando è necessario e anche per più volte, tutti i farmaci che servono ad ottenere l'analgesia nelle varie fasi del travaglio, senza necessità di ulteriori punture.
Questa tecnica non è dolorosa perché viene preceduta da un'anestesia locale e può essere eseguita in pochi minuti.
L'analgesia epidurale consente un controllo efficace nel dolore nel travaglio e nel parto, lasciando inalterate tutte le altre sensibilità e anche la capacità di muoversi e camminare!
Dopo aver somministrato i farmaci nel tubicino fissato alla schiena, le contrazioni uterine continueranno ad essere percepite lasciando la sensazione di "qualcosa che si muove nella pancia" ma cesseranno di essere dolorose. Talvolta alcune donne possono avvertire una lieve alterazione della sensibilità che può manifestarsi con formicolio e sensazione di calore alle gambe e all'addome.
Poiché l'analgesia epidurale non deve interferire con la normale dinamica del travaglio, può essere eseguita, in accordo con l’equipe ostetrico-ginecologica. a condizione che il travaglio sia iniziato e soltanto dopo la visita del ginecologo.
Potenzialmente ogni donna può richiedere l’analgesia epidurale; la visita dell'anestesista permetterà di chiarire se ci sono eventuali problemi che ne sconsigliano l’esecuzione.
In alcune condizioni l’epidurale in travaglio è particolarmente indicata, come nel diabete, nell'ipertensione arteriosa, nella gestosi, nella grave miopia, nel pregresso distacco di retina, in alcune malattie cardiovascolari.

giovedì 15 gennaio 2009

I denti

L’epoca di eruzione dei denti inizia verso il 6° mese, ma esiste un’ampia variabilità da caso a caso: alcuni hanno 1-2 dentini già alla nascita, altri iniziano dopo l’anno. Già a partire dal 3° mese aumenta la salivazione (il bambino “sbava”) ma non c’è alcun rapporto con l’inizio della dentizione.
Normalmente erompono per primi i 2 incisivi centrali inferiori, poi i 4 incisivi superiori, poi gli altri 2 incisivi inferiori, poi i primi molari, i canini ed infine i secondi molari.
Ma questa non è una regola valida per tutti.
In coincidenza con l’eruzione dei denti possono comparire alcuni problemi.
I dentini vanno curati anche se sono quelli da latte da un bravo dentista esperto in problemi pediatrici.
La comparsa dei dentini è un evento normale dello sviluppo ma a volte può essere particolarmente fastidiosa, perché si accompagna a febbre, diarrea o bronchite. Queste manifestazioni non devono destare preoccupazione, anche se è sempre bene parlarne con il Pediatra per un’ulteriore rassicurazione: spesso non sono legate direttamente alla dentizione, piuttosto a una maggiore sensibilità a cui il bambino è esposto in questa fase delicata del suo sviluppo.
Il fastidio della dentizione nel neonato può essere di intensità variabile ed è legato ai sintomi più diffusi:
  • salivazione abbondante;
  • desiderio di mordere;
  • rigonfiamento delle gengive;
  • irrequietezza notturna.

Per le gengive può essere di sollievo mordicchiare qualcosa che, contemporaneamente, massaggi le gengive. Per esempio, i pupazzetti di gomma con liquido refrigerante che, per azione del freddo, hanno anche un effetto anestetizzante. Il massaggio sulle gengive del bambino può essere eseguito direttamente dai genitori, che, dopo essersi lavati accuratamente le dita, potranno spalmare delicatamente sulle gengive del piccolo del balsamo calmante.Bisogna invece evitare di somministrare medicinali come analgesici o paracetamolo, e in ogni caso è bene consultare il Pediatra.
Spesso accade che durante la dentizione, il bambino faccia fatica a mangiare: per invogliarlo, si possono preparare delle pappe con cibi morbidi, freschi o freddi.

martedì 9 dicembre 2008

Cellule staminali e cordone ombelicale

Le cellule staminali sono cellule "immature" in grado di riprodursi velocemente dando origine ad altre cellule staminali o a vari tipi diversi di cellule specializzate, a seconda delle necessità dell'organismo. Per questo motivo vengono spesso definite "cellule riparatrici del corpo".
Il sangue del cordone ombelicale contiene una grande quantità di cellule staminali "emopoietiche": le cellule staminali capostipiti di tutte le cellule mature del sangue (i globuli rossi, le piastrine, i globuli bianchi, ecc.). Queste cellule staminali vengono da tempo utilizzate a scopo terapeutico per la cura di diverse malattie del sangue, come le leucemie e i linfomi, e la ricerca scientifica degli ultimi anni sta offrendo prospettive di utilizzo sempre più interessanti che spaziano dalla terapia genica e tissutale al trattamento di patologie ereditarie quali diabete, ictus e malattie cardiache.
Le principali "fonti" di cellule staminali emopoietiche sono il midollo osseo e il sangue del cordone ombelicale.
Il prelievo dal midollo osseo comporta delle complicazioni e degli ostacoli legati per lo più all'intervento e alla compatibilità donatore/ricevente, talvolta anche molto difficili da superare; il prelievo del sangue del cordone è invece una pratica molto semplice, che viene effettuata a parto avvenuto e che non comporta nessun rischio né per la mamma né per il bambino.
Purtroppo però, nella maggior parte dei casi il cordone ombelicale viene gettato via al momento del parto, e con esso tutte le preziose cellule staminali che contiene.
Grazie alle moderne metodologie di crio-conservazione, è possibile conservare il sangue del cordone ombelicale, anche per molti anni, in speciali strutture definite "crio-banche".
In Italia sono state istituite una decina di banche pubbliche destinate alla raccolta del sangue del cordone ombelicale che viene donato dai genitori ad uso della comunità – si parla in questo caso di "donazione eterologa"-, ma la legge italiana al momento non consente l'istituzione di strutture private dedicate a questo scopo.
Ai genitori è però consentito di affidare privatamente il sangue del cordone ombelicale del proprio bambino e di conservarlo ad uso suo e della sua famiglia, rivolgendosi a strutture estere autorizzate.
In questo caso si parla di "donazione autologa": i genitori prendono contatto con la struttura che, oltre a fornire il servizio, li seguirà nelle procedure burocratiche previste dalla legge, e chiedono alla direzione sanitaria dell'ospedale italiano in cui intendono partorire (pubblico o privato) la relativa autorizzazione.
Se la madre decide di conservare le cellule per uso autologo (per il bambino o per i consanguinei), la sacca è inviata all'estero.
La sacca deve arrivare alla banca entro 36-48 ore dal prelievo e deve essere trasportata ad una temperatura stabile.
Una volta raggiunta la banca, il campione è sottoposto a controlli anti-virali e anti-batteriologici e poi viene crioconservato in speciali contenitori a -190°C in azoto liquido.
Sono molti i vantaggi della conservazione delle staminali del midollo: la possibilità di avere a disposizione, in futuro, delle cellule staminali perfettamente compatibili in quanto prelevate dallo stesso donatore su cui saranno utilizzate e quindi si evitano i problemi di rigetto.
Inoltre hanno il 25% di probabilità di essere compatibili con consanguinei.
Le staminali del cordone sono simili a quelle del midollo osseo, producono globuli bianchi, rossi e piastrine e sono utili per autotrapianti in caso di malattie oncologiche del sangue, come linfomi e leucemie. Inoltre sono utili per ricostruire tessuti e organi (retina, pelle, ecc.) e ultimamente si utilizzano anche per la cura di alcune patologie cardiologiche e, per il futuro, la speranza è che possano curare malattie come l'Alzheimer, il Parkinson e il diabete giovanile'.